Imperialismo - Tendenza alla guerra, corsa al riarmo

Imperialismo - Tendenza alla guerra, corsa al riarmo

IMPERIALISMO TENDENZA ALLA GUERRA E CORSA AL RIARMO

La guerra come possibilità concreta è tornata prepotentemente al centro della scena politica internazionale. Parole e ragionamenti che solo fino a qualche tempo fa rappresentavano un tabù collettivo adesso risuonano nei programmi delle élite dominanti finendo coll'imporsi nel dibattito pubblico. “Il nemico è alle porte, anzi è già tra di noi, occorre serrare i ranghi, reprimere chi si oppone allo sforzo bellico e destinare sempre più risorse alle spese militari”. Un'iperbole? Nemmeno tanto, stando alle cronache di questi mesi.

Sappiamo bene che, nel modo di produzione capitalistico, il celebre aforisma di Von Clausewitz andrebbe completamente ribaltato: è la politica ad essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi e non certo il contrario. È vero pure, però, che per decenni i conflitti erano stati combattuti in forma asimmetrica alla periferia del sistema capitalistico, sotto forma di proxy war o magari mascherati da interventi di “polizia internazionale” o spacciati per “esportazione della democrazia”. Oggi invece la guerra, e non solo nelle sue forme ibride, torna a farsi simmetrica amplificando terribilmente il suo potenziale distruttivo fino a lambire la stessa metropoli imperialista.

Pensiamo che questa “tendenza alla guerra” e la corsa al riarmo che sta gonfiando una nuova bolla borsistica non possano essere spiegati esclusivamente attraverso il tentativo da parte della borghesia internazionale di utilizzare la spesa bellica in chiave anticiclica, in una sorta di riedizione in salsa finanziaria di quel keynesismo militare che garantì l'uscita del capitalismo dalla crisi dei primi anni del secolo scorso. E ancor meno ci convincono le letture prettamente geopolitiche che finiscono per rappresentare gli Stati come organismi monolitici occultando i rapporti sociali su cui poggiano e proiettandoci in una sorta di enorme partita a Risiko.

Ben più decisive in tal senso sono invece quelle cause materiali e strutturali che stanno portando all'esaurimento del ciclo di accumulazione che aveva negli Stati Uniti il proprio baricentro, o quanto meno alla crisi dell'egemonia statunitense, intesa qui come la descriveva Arrighi nei suoi lavori. Ovvero quella capacità, dimostrata per alcuni decenni da Washington, di esercitare le funzioni di leadership e di guida su un sistema di Stati sovrani modulando consenso e coercizione. Venuta meno la possibilità di contare sul soft power, non resta allora altro che l'esercizio di un dominio fondato su uno strapotere bellico finora incontrastato che può contare su oltre 700 basi militari sparse nel globo.

La finanziarizzazione, la globalizzazione della produzione e la conseguente mondializzazione delle catene del valore, immaginate come soluzioni alla crisi dei processi di valorizzazione in cui il Capitale si dibatte dalla fine dei “gloriosi Trenta”, hanno invece finito per far emergere nuove potenze economiche. Queste oggi provano a risalire la catena del valore mettendo oggettivamente in discussione la supremazia statunitense, minandone soprattutto uno dei cardini fondamentali su cui si regge a partire dalla rottura unilaterale degli accordi di Bretton Woods e dalla fine del gold-dollar standard, ovvero la centralità e l'insostituibilità incontrastata del dollaro come moneta di scambio e di riserva internazionale.

Nonostante nella fase attuale appaia evidente come i BRICS, e soprattutto la Cina, non abbiano alcuna intenzione (per il momento) di accelerare i processi di de dollarizzazione, è altrettanto evidente che la tenuta del dollaro - moneta in cui, è sempre bene ricordarlo, è denominato l'enorme debito federale statunitense - dipenda fortemente dal suo utilizzo da parte della Cina stessa nei suoi scambi commerciali. Pechino rappresenta da sola il 35% della produzione manifatturiera mondiale ed anche il solo alludere, come accaduto al vertice dei BRICS di Kazan del 2024, alla possibilità della creazione di un sistema di pagamenti alternativo al sistema Swift associato alla sostituzione del dollaro con un paniere di monete alternativo costituisce per gli Stati Uniti una minaccia esistenziale.

Per riuscire ad analizzare le correnti profonde che spingono verso la guerra crediamo sia dunque indispensabile utilizzare gli strumenti fornitici dal marxismo e soprattutto tornare a maneggiare la categoria dell'imperialismo, dopo che per troppi anni, almeno alle nostre latitudini, era stata eliminata dalla “cassetta degli attrezzi” dei militanti politici perché ritenuta ormai obsoleta. L'abbaglio delle lucciole della globalizzazione aveva infatti convinto molti, troppi, dell'ormai prossimo esaurimento dello Stato Nazione come involucro politico necessario al Capitale in forza dell'avvento di un Impero che si stava facendo globale. La storia recente si è poi presa il compito di dimostrare tutta la fallacia di tali teorie.

Tornare a parlare di imperialismo non può significare però semplicemente limitarsi a rileggere l'opuscolo leniniano riprendendo tal quali le teorie elaborate dai rivoluzionari all'inizio del secolo scorso. Perché l'imperialismo non è “una politica” che si può decidere di adottare o meno, ma una fase dello sviluppo economico del capitalismo. E allora bisognerà necessariamente tenere conto delle trasformazioni che, in questo secolo abbondante che ci separa dalla stesura dal fondamentale testo di Lenin, hanno investito il modo di produzione capitalistico.

Ed è proprio questo il primo nucleo di riflessioni su cui intendiamo confrontarci e a cui chiederemo un surplus di analisi ai nostri relatori. Perché seppur nel nostro deficit analitico possiamo riuscire a tratteggiare anche velocemente alcuni degli elementi di continuità e discontinuità rispetto al contesto in cui Lenin, Bucharin e prima di loro Hilferding e Hobson delinearono le caratteristiche dello stadio imperialista, meno immediata è invece la definizione di quello che è o non è l'imperialismo oggi. Non si tratta, com'è facile comprendere, di un quesito meramente astratto, relegabile al solo campo della teoria politica, ma di una questione terribilmente concreta, uno strumento indispensabile per la prassi, un navigatore con cui orientarsi nel nuovo disordine globale individuando il nemico principale degli sfruttati in questa fase e le possibili linee di faglia tra le classi dominanti su cui provare ad agire.

Facciamo un esempio concreto. Il genocidio in Palestina ha dimostrato come la determinazione nel mantenere il proprio status imperiale da parte di Washington non possa essere spiegata tirando in ballo la sola affinità ideologica con Tel Aviv. Pur di mantenere il proprio avamposto coloniale in un'area considerata strategica per il controllo dei flussi delle risorse energetiche, tanto le amministrazioni democratiche quanto quelle repubblicane, così come le cancellerie europee, non si sono fatte scrupoli nel sostenere militarmente, economicamente e diplomaticamente l'esercito sionista nella sua opera di sterminio e pulizia etnica. Questo ci dice anche che la Resistenza palestinese, indipendentemente dalle differenze ideologiche che ci separano dalla sua componente maggioritaria, rappresenta oggi il punto più alto della lotta contro l'imperialismo, e che sostenere questo non significa credere che “il nemico del nostro nemico debba per forza essere un nostro amico”, quanto più riuscire a cogliere la funzione oggettiva che movimenti e forze politiche sono chiamate a svolgere storicamente.

C'è poi un secondo nucleo di ragionamenti che ci preme mettere a tema, e riguarda le trasformazioni che questa nuova conformazione imperialista imprime sul corpo sociale e politico delle classi. In uno dei suoi ultimi lavori la filosofa americana Nancy Fraser sottolinea come il primo imperialismo divida anche geograficamente gli “sfruttati” della metropoli. Per intenderci, l'operaio di fabbrica in lotta contro l'appropriazione padronale del plusvalore assoluto e relativo, a cui veniva comunque riconosciuto lo status di individuo e cittadino, dalle masse di “espropriati” destinate ad un lavoro non libero, con retribuzioni inferiori ai costi di riproduzione e senza alcuna forma di protezione politica delle periferie colonizzate e saccheggiate. Questa divisione, in realtà non così netta, era approfondita da una separazione che seguiva la linea del colore globale che metteva materialmente gli uni contro gli altri. Cittadini lavoratori bianchi da una parte e popolazioni schiavizzate e colonizzate dall'altra, ma comunque intimamente interconnessi nei processi di valorizzazione del Capitale. Anche in questo caso un esempio concreto può rendere meglio il concetto. Nei primi anni Sessanta dell'Ottocento, durante la Guerra Civile statunitense, quando il Nord impose un blocco alle navi sudiste, in Gran Bretagna la mancanza di rifornimento di cotone causò una improvvisa crisi industriale ed un aumento vertiginoso della disoccupazione. In tutte le zone che dipendevano dal cotone prodotto dagli schiavi la causa confederale guadagnò consensi anche tra gli strati operai e Liverpool divenne una roccaforte dei sostenitori dei sudisti. Come ha scritto recentemente Jason Moore: “dietro ogni Manchester c'era un Delta del Mississippi”. La capacità di cogliere le implicazioni politiche di questa contraddizione in seno alla classe e soprattutto l'abilità nel metterci mano rivolgendosi ai popoli oppressi fu uno dei capolavori politici di Lenin ed è ciò che ha fatto del movimento di decolonizzazione uno dei lasciti più importanti della Rivoluzione bolscevica. Sempre la Fraser osserva come invece oggi questa separazione sia saltata sottolineando come proprio la globalizzazione abbia prodotto un cambiamento geografico e demografico epocale. La classe operaia, per come l'abbiamo conosciuta nel ciclo di lotte degli anni 60-70, riempie ora le fabbriche e gli stabilimenti dei Paesi del Sud del mondo. Lo sfruttamento industriale su larga scala avviene, ormai, nei Paesi che non appartengono al centro, dove invece si è andata imponendo una terziarizzazione che ha frantumato la vecchia composizione di classe mettendo in crisi le rappresentanze politiche e sindacali. In questo modo sono emerse masse sempre più consistenti di lavoro povero e precario, dando luogo ad un'inedita ibridazione di sfruttamento/espropriazione. Ancora una volta, comprendere come agisca questa nuova configurazione imperialista sulla composizione di classe non rappresenta solo un esercizio sociologico, ma significa capire dove sono e, soprattutto, chi sono davvero “i nostri”, e quali dovranno e potranno essere i soggetti da intercettare ed organizzare nella costruzione di un nuovo blocco sociale.

L'ultima questione che vorremmo mettere a tema è infine il risvolto securitario che il nuovo clima bellico si sta portando dietro. Assistiamo da tempo ad una recrudescenza dei dispositivi repressivi che si manifesta in diverse forme: dagli attacchi ai protagonisti del movimento di solidarietà con la Palestina agli sgomberi degli spazi occupati; dalla persecuzione giudiziaria dei militanti sindacali protagonisti della lotte della logistica alla criminalizzazione delle stesse forme di lotta con un inasprimento delle pene legate ai blocchi stradali e ai picchetti; dal passaggio subdolo all'amministrativizzazione di alcuni “reati politici” che si traduce in un accanimento finanziario nei confronti dei singoli militanti fino ad una produzione legislativa repressiva ad hoc come l'ultimo decreto sicurezza.

Il taglio delle spese sociali in favore della corsa al riarmo che ci si prospetta davanti porterà con sé un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita per segmenti importanti di popolazione. Nell'impossibilità di poter costruire consenso agendo attraverso politiche redistributive, l'individuazione di un nemico interno diventa una necessità impellente per le classi dominanti. Ciò che accade per le strade delle città statunitensi con la caccia all'uomo dell'ICE rappresenta quindi un'anticipazione nemmeno troppo distopica di quello che potrebbe attenderci.

Siamo perfettamente consapevoli che si tratta di questioni enormi che non potranno certo essere esaurite in un convegno né da organizzazioni come le nostre; siamo altrettanto convinti, però, che la coscienza della propria insufficienza non può essere mai una scusa per l'inazione ma uno stimolo al porsi all'altezza che i tempi richiedono. Crediamo dunque necessario avviare una discussione in merito tutti insieme per costruire un percorso futuro condiviso come alternativa attiva al momento storico che stiamo vivendo. Vi invitiamo sabato 7 febbraio dalle 10:30 alla Sala Ovale della Casa del Parco delle Energie (Ex-Snia), via Prenestina 175, Roma.

Del resto, come ci hanno insegnato i rivoluzionari cinesi: “Ogni lunga marcia inizia con un piccolo passo”

in 19 days
Casa del Parco delle Energie
Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM
Add to calendar